Il velario storico del Sanquirico

Il velario storico, opera su tela del pittore Sanquirico, della superficie di circa 130 metri quadrati, coevo alla costruzione del nostro Teatro (1813), è tornato a mostrarsi alla città ed a tutti quanti hanno a cuore le sorti di ciò che è ‘bello’, e soprattutto di ciò che è ‘nostro’.

È possibile ammirarlo in tutta la sua bellezza e in tutta la sua forza espressiva, dopo un lungo periodo di ‘riposo forzato’ durante il quale ha subito anche notevoli danni da fattori atmosferici, danni che, grazie alla professionalità e soprattutto all’interesse, alla perizia dell’équipe di restauratori composta tra l’altro da Erminia Affetti, Rossella Bernasconi e Leonardo Camporini, sono stati integralmente riparati. Questo nostro gioiello continuerà così ad allietare la vista ed il gusto di quanti frequentano il nostro Teatro.

 

IL VELARIO DEL SANQUIRICO (1813)

Un prodotto d’arte scenografica salvato dal tempo e dall’usura

Fra i lavori di grande impegno per il ripristino del Teatro Sociale di Como condotti a termine nel 2013, figura il restauro del grande velario che fino a non molti anni fa faceva bella mostra di sé sul boccascena, offrendosi agli sguardi del pubblico fin dal suo ingresso in sala. Quel velario, che non sostituiva il consueto sipario in tessuto rosso scorrevole lateralmente ma era posto dinanzi ad esso, rappresentava una sorta di introduzione ad ogni recita, un invito per lo spettatore ad accomodarsi, ad apprestarsi all’ascolto, alla visione: e intanto gli offriva da ammirare un’immagine accattivante per soggetto ed esecuzione pittorica, intonata all’affresco campeggiante sulla volta del teatro e agli ornamenti dell’arredo. L’immagine non era più in funzione ormai da parecchi anni, per lo stato di degrado dell’antico velario che necessitava di un accurato restauro. La sua assenza ha impoverito il teatro, di cui costituiva un complemento di eccezionale rilievo, per il valore intrinseco del dipinto e per il tema che vi era svolto, direttamente ispirato ad un episodio storico particolarmente significativo per i comaschi, la morte di Plinio il Vecchio, avvenuta nel 79 d.C. a causa della terribile eruzione del Vesuvio che distrusse Ercolano, Pompei, Stabia.

Plinio è in piedi ma già esanime, sostenuto con affettuosa premura da una schiava e circondato da soldati sgomenti per il decesso del loro capo: uno di loro illumina il corpo con una fiaccola, un altro si china per baciargli una mano. Il gruppo è racchiuso in una forma geometrica, una sorta di trapezio isoscele con al vertice le teste di Plinio e di uno dei soldati, in modo da amplificare l’effetto drammatico dell’estremo omaggio al defunto, spinto fino alla venerazione.

È la scena che il versatile milanese Alessandro Sanquirico, architetto, scenografo della Scala, decoratore, progettista di giardini, docente all’Accademia di Brera, ha riprodotto sul velario del Sociale, duecento anni fa. Soltanto un artista della sensibilità, oltre che dell’abilità scenografica, di un Sanquirico poteva raggiungere un esito tanto convincente, servendosi di pochi elementi ambientali.

Di ‘effetto drammatico’, ma è forse più corretto definirlo ‘melodrammatico’, in sintonia con l’ambiente nel quale veniva inserito. Osservandolo sembra di udire il sommesso coro dei dolenti attorno al morto: ed ha quasi l’aspetto di una cattedrale il fianco dell’edificio che si eleva verticalmente, occupando in altezza tutto il lato sinistro del velario, accanto alle figure umane, sovrastandole con la sua imponenza goticizzante. Un edificio, quindi, che non appare del tutto in linea, anche nel massiccio corredo ornamentale, con i severi canoni del neoclassicismo, rispecchiati invece fedelmente dai templi e dalle case di stile ellenistico disegnati sullo sfondo. È una licenza poetica per niente casuale, che amplifica l’enfatizzazione del rito funebre: e conferisce alla generica impostazione di stile neoclassico, certo richiesta dal Cusi, progettista del teatro, un tocco di passionalità che già si lascia scuotere dal vento del romanticismo insorgente. E che è la più adeguata risposta al clima melodrammatico di cui il velario è parte integrante, se non addirittura di stimolo ideale.

Il recupero dello storico velario del Sociale è stato dunque un doveroso omaggio ad un prodotto d’arte miracolosamente salvaguardato dal tempo malgrado l’usura.

 

Alessandro Sanquirico

Décorations divines… la perfection d’un art… il faut une terrible imagination pour enfanter une décoration nouvelle tous les trois jours

Con queste parole Stendhal tesseva le lodi del pittore, architetto e scenografo Alessandro Sanquirico (Milano 1777 – 1849), scrivendo L’Italie en 1818, in Voyages en Italie.

E gli elogi non sembrano affatto esagerati se si considera che, con le scenografie create per le produzioni della Scala di Milano nel primo quarto dell’800, il Sanquirico collocava la scuola milanese di scenotecnica tra le maggiori in Europa in ambito neoclassico, guadagnando per essa una fama internazionale.

Si era accostato giovanissimo agli studi di Architettura e di Prospettiva sotto la guida di Giuseppe Piermarini e di Leopoldo Pollack, per iniziare, nei primissimi anni dell’800, il lavoro di scenografo presso il Teatro alla Scala di Milano, in stretta collaborazione con Paolo Landriani, col quale avrebbe decorato il Teatro Nuovo di Pesaro. Nel 1806 firmò le prime scenografie per il massimo teatro milanese, collaborando con Giovanni Pedroni e poco dopo ne produsse altre in totale autonomia. Trovato, poi, in Giovanni Perego un socio di grande valore, con lui condivise le vedute artistiche fino alla morte di quest’ultimo avvenuta nel 1817. Mancato il Perego, Sanquirico preferì assumersi da solo l’incombenza delle produzioni d’opera e balletto degli Imperiali Regi Teatri e proseguì autonomamente la celebrata collaborazione con la Scala, concludendola al termine della stagione 1831-32, dopo aver messo in scena la Norma (1831) di Bellini.

La trentennale attività si concluse proprio nel momento in cui nell’intera Europa prendevano il sopravvento una poetica e una estetica romantiche. Dai suoi esordi fin verso il 1815, la produzione del Sanquirico si era, invece, sviluppata in clima prettamente neoclassico per culminare, nella sua seconda e più importante metà, in quel quindicennio in cui le tematiche romantiche, in incubazione fin dalla fine del secolo precedente, cominciavano ad emergere tra quelle ancora classiche.

Alberto Longatti

 

L’esecuzione del restauro

Il velario, non più utilizzato da oltre cinquant’anni, salvo in apertura di un’opera alla fine degli anni ‘90 diretta da Dario Micheli, finalmente è stato restaurato, riacquisendo la sua piena funzionalità. Il progetto di recupero ha portato ad un preciso intervento sia di restauro della pellicola pittorica che di consolidamento delle tele di supporto.

È un’opera realizzata a tempera su supporto di tela di lino le cui dimensioni sono di m. 13,47 di larghezza e m. 8,50 di altezza. Il supporto è costituito da 45 pezze di tela cucite in verticale ma con una separazione orizzontale a circa un terzo dell’altezza. Queste, pur essendo tutte di lino, sono di filato e densità differenti: vi si riconoscono ben cinque tipologie diverse; la parte inferiore è formata da teli uniformi mentre nella parte superiore ve ne sono alcune rade e leggere come veli ed altre compatte e pesanti. Lo stato di conservazione del supporto risultava quindi differenziato già a causa di questa disomogeneità.

Il sistema di movimentazione, ottenuto tramite l’applicazione di una grossa e pesante barra di legno, aveva causato un degrado e un rilasciamento, con la formazione di un’evidente ‘borsa’ orizzontale. Tutta la parte inferiore era interessata da molteplici strappi e buchi, molti dei quali rattoppati in più riprese con materiale eterogeneo: pezze di tela cucite o incollate ma anche carta e in un punto era stata inserita e dipinta una lamina metallica. Oltre a questi limitati interventi, vi erano stati nel tempo interventi più consistenti che avevano comportato la sostituzione di parti anche molto grandi. Nella parte inferiore, i due bordi laterali avevano subito diverse manomissioni, oltre alla presenza di uno strappo verticale nella parte centrale, poi ricucito.

La pittura era stata realizzata a tempera su una preparazione di gesso e colla animale, che nella parte inferiore ha un maggiore spessore. Questi materiali col tempo si sono irrigiditi ed hanno cominciato a distaccarsi dal supporto; si sono quindi verificate tante piccole cadute di colore, oltre alle lacune più grandi in corrispondenza degli strappi. A tutto ciò si è ovviato nel corso del tempo con alcuni ritocchi. La superficie pittorica appariva notevolmente offuscata per il deposito di polvere e la visione era disturbata ulteriormente per la presenza di numerosissime gore causate da acqua che aveva accidentalmente colpito il velario; essendo dipinto a tempera, la pellicola pittorica è particolarmente sensibile all’acqua.

Il restauro di questo sipario era finalizzato al suo ripristino come oggetto di uso del teatro e non come manufatto museale. Si richiedeva quindi che il restauro potesse ripristinare delle caratteristiche di sostegno delle tele, di tenuta del colore e di resistenza alle movimentazioni. Tutte le operazioni di restauro presentavano delle problematiche molto particolari e assolutamente diverse dai problemi di conservazione dei dipinti su tela: la dimensione così grande (si tratta di uno dei più grandi sipari fra i teatri in Italia) e il fatto che le tele non sono ancorate al telaio (come invece è nei quadri) sono le condizioni imprescindibili di cui si è dovuto tener conto in ogni momento dell’intervento. Per una maggiore conoscenza dell’opera e dei processi di degrado a cui occorreva porre rimedio sono state eseguite inizialmente delle analisi scientifiche continuate poi in fase di restauro per testare le soluzioni che poi sono state adottate.

La pulitura dell’opera ha dato un ottimo risultato in quanto la rimozione della polvere e delle gore ha ripristinato i valori cromatici originari; la pellicola pittorica è stata consolidata avendo cura di non modificare l’aspetto opaco caratteristico della tecnica a tempera. Tutti i grandi inserti erano costituiti da materiali poco idonei ed erano già, a loro volta, estremamente degradati, per cui si è deciso di sostituirli. Il supporto originario, costituito da tipi diversi di tela di lino, è stato rinforzato con l’aggiunta di una leggerissima tela sintetica incollata a caldo, dopo aver verificato con test di resistenza che questo era sufficiente ad ottenere una buona resistenza del manufatto alle sollecitazioni che subirà con l’uso. Il ritocco delle lacune della superficie pittorica e il ripristino della pittura nei grandi inserti ha concluso il restauro.

Luca Ambrosini

Rossella Bernasconi

 

 

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